A Beautiful Day – You were never really here: recensione del film con Joaquin Phoenix

You were never really here: tu non sei mai stato qui. Che frase strana , non trovate? Perché per dire qui significa che ci sono stato. Che mi è familiare. Eppure no : io qui non ci sono mai stato.

Un titolo paradossale, ecco come si presenta il nuovo film con Joaquin Phoenix diretto da Lynne Ramsay. Ma perché c’è così bisogno che io, che noi, che il protagonista Joe non sia mai stato qui ? Perché qui è un posto che in pochi possono vedere e che è meglio non conoscere. Qui rappresenta le nostre perversioni più recondite ed abominevoli ed è quindi meglio che non le veda nessuno.

Phoenix

Il film si apre con immagini sconnesse : un bambino che conta, una busta intorno ad una testa e una foto che brucia. Capiremo il significato soltanto con la visione della pellicola.
Non appena il film inizia a smuoversi , l’interpretazione di Joaquin Phoenix si fa subito magnetica : è riuscito, almeno a me, a trasmettere il senso di solitudine e disorientamento che il suo personaggio Joe prova. Lo definirei un film dal sapore metropolitanopoiché la solitudine che trasuda è paragonabile soltanto a quella che provoca una città metropolitana nei suoi abitanti più sensibili.

Joe ci appare come un personaggio diviso a metà : diviso tra il suo lavoro brutale ed il suo passato , che non ci viene mostrato se non a stralci. Da questi frammenti scopriamo che Joe è un veterano di guerra. Nel corso del suo operato, ha vissuto dei momenti estremamente drammatici, legati soprattutto a dei bambini. Egli si sente in colpa per non essere riuscito a salvare quelle vite innocenti , quelle vite lacerate, quelle vite così simili alla sua. Da quel momento in poi, lo scopo della sua vita sarà salvare innocenti. Salvare bambini, ragazzini da destini brutali ed orrendi.

Ma qual è la reale origine di questo sentimento di rivalsa? È davvero l’esperienza di guerra? O c’è dell’altro?

La pellicola si svolge su tre piani. Per esemplificare al meglio, prendo in prestito un pizzico del nostro sistema verbale. Abbiamo tre piani temporali: presente, passato prossimo, passato remoto. Quest’ultimo è il piano temporale probabilmente più importante, poiché comprendiamo al meglio la psicologia del protagonista. Da bambino, lui e la madre, hanno subito le violenze fisiche e psicologiche di un padre violento.

L’eredità paterna

Durante il film,  notiamo degli atteggiamenti quasi rituali di Joe. Prima di iniziare una nuova missione, egli è solito rilassarsi in un bagno turco con un’asciugamano a coprirgli il volto. Durante tutto ciò, fa dei gesti che ricordano un misto di yoga e danze tribali. Attraverso il piano del passato remoto , scopriamo che quei gesti sono gli stessi compiuti dal padre di Joe quando stava per picchiare sua moglie con un martello (strumento usato poi da Joe stesso durante le missioni), mentre il piccolo bambino, in preda alla paura più terribile, si nascondeva nell’armadio respirando in una grossa busta di plastica.

Questi gesti, presagi di violenza, hanno un riscontro nel presente. 

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Joe compie gli stessi gesti del padre per richiedere a qualche divinità la stessa violenza inaudita , però con un motivo diverso: la violenza di Joe è per uno scopo benefico, per liberare qualcuno da una innaturale e malsana prigionia.

Mama , I just killed a man

L’utilizzo di questa citazione da Bohemian rapsody dei Queen non è per niente casuale. Il rapporto tra Joe e sua madre è estremamente importante ai livelli narrativi. L’entrata in scena della madre è emblematica : sembra quasi morta , il che non può presagire nulla di buono. La donna viene inquadrata mentre sta guardando Psycho, altro estremo presagio di sciagura. Per quel che ci è dato sapere, lei è all’oscuro delle attività illecite del figlio.

Ora, a inizio film troviamo un protagonista con tutte le fattezze dell’uomo spietato e senza scrupoli. Grazie al rapporto con sua madre, scopriamo in Joe il lato buono e caritatevole. Se fossimo suoi  vicini di casa, per intenderci, faticheremmo a pensarlo capace di uccidere su commissione. Abbiamo quindi difronte a noi un moderno Dr Jekyll e Mr Hyde. Di giorno un comune uomo che vive con la madre. Di notte un feroce giustiziere su commissione.

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La dicotomia giorno\notte , luce\buio ritorna anche in un altro motivo: la violenza esplicita viene inquadrata e mostrata soltanto di notte.

Durante il giorno vi sono immagini cruente ma non di violenza vera e propria. In parole semplici : gli omicidi vengono mostrati solamente durante la notte. Questo perché, come un archetipo junghiano, il buio resta per noi il momento in cui si realizza e diffonde il male. Durante il giorno ne vediamo solo i risultati.

Grazie a sua madre, Joe conosce il bene e riesce anche a farlo. La parte buona del figlio si legge tutta nella madre. Quando questa viene violentemente a mancare, ci si aspetterebbe che l’uomo perda il senno, cerchi vendetta e non importa chi trova sulla sua strada. Invece non è così. Dopo la morte della madre, si capisce finalmente ed appieno che l’anima di Joe è totalmente buona, che la madre continua a vivere in lui.

L’uomo dapprima cerca di porre fine alle sue sofferenze ma poi, proprio mentre sta per annegare insieme al cadavere della madre, capisce che non può abbandonare la vita e quindi,  in un’ascensione dal sapore estremamente cristiano, emerge dall’acqua (iconograficamente fonte di vita)e rinasce con lo spirito di sua madre dentro di lui.

Un moderno Taxi Driver

You were never really here è stato un successo di critica. La sola interpretazione di Phoenix basterebbe a giustificare questo successo: potente, magnetico, meritevole del Prix d’interpretation masculine al Festival de Cannes 2017. Nel lodarlo, però è inevitabile il paragone con un altro film che a Cannes , nel 1976, vinse la Palma d’oro : Taxi Driver. 

Phoenix

La vicenda di Travis è molto simile a quella di Joe : entrambi veterani di guerra, entrambi traumatizzati da essa ed entrambi che si pongono come obiettivo quello di salvare una ragazzina dalla prostituzione. La differenza tra le due vicende sta nelle motivazioni: Travis vede la società americana post-Vietnam come il ricettacolo di tutti i mali, come degrado morale e vede nel salvataggio di Iris una sorta di exemplum e monito alla comunità. Joe,invece, agisce per sé stesso, perché non sopporta l’idea della povera Nina sfruttata, drogata e segregata.

Anche nelle due ragazze vi è una sostanziale differenza : Nina viene costretta e drogata, non ha voce in capitolo, sembra quasi un personaggio inanimato. Iris, invece, confermerà a Travis la sua intenzione a rimanere nel giro. 

Note di regia

La regista Lynne Ramsay utilizza la cinepresa come se fosse un microscopio : l’attenzione al dettaglio è quasi maniacale e affascinante. Lo si nota sin da subito : il film si apre con oggetti sparsi su un letto e una mano indistinta che li raccoglie in un sacco. Quegli oggetti però non sono oggetti a caso, capiamo subito di cosa si sta parlando.

La Ramsay non permette che nessuno descriva le immagini ma fa le fa parlare da sé.Un’altra attenzione al particolare la riscontriamo nella scena in cui Joe si cava un dente da solo: la camera rimane fissa sulla bocca insanguinata del protagonista mentre la pinza lavora al suo interno. Una volta estratto il dente, l’inquadratura segue di pari passo il movimento della mano di Joe , fino a soffermarsi sul dente estratto ed analizzarlo. La regista ha compiuto con la macchina da presa l’azione che un osservatore assorto compie con gli occhi.

Rimanendo sul piano puramente tecnico, un altro tocco di classe è l’utilizzo della ripresa delle videocamere di sorveglianza nella scena dell’assalto di Joe allo stabile in cui è prigioniera Nina. 

L’utilizzo di queste riprese regala una visione d’insieme ed uno spaccato più ampio su ciò che sta accadendo. La stessa scena ripresa dal punto di vista di Joe non sortirebbe lo stesso effetto, poichè non riuscirebbe a dare le esatte proporzioni di quello che sta accadendo.

Per concludere questo nostro ragionamento un po’ profano, vorrei porre l’attenzione su un dettaglio di non poco conto. Quando Joe toglie gli occhiali alla madre morta, ho notato subito il rimando ad un altro famoso paio di occhiali insanguinato : gli occhiali di John Lennon. Dopo la sua morte, Yoko Ono ha portato gli occhiali insanguinati del marito a casa e li ha fotografati, come monumento contro la violenza umana. La relazione tra la madre di Joe John Lennon è racchiusa proprio in questi occhiali : macchiati di sangue innocente per colpa di una violenza immotivata.

Phoenix

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