L’isola dei cani: la recensione del nuovo film di Wes Anderson

Domenica 8 Aprile è stato presentato in anteprima italiana al Cinema Astra di Lucca il nuovo film in stop-motion di Wes Anderson, L’isola dei cani. 

L'isola dei cani

Dopo Gran Budapest Hotel, vincitore di quattro premi Oscar, Anderson torna alla stop-motion per raccontare ciò che accade ai cani giapponesi del futuro.

Il film è ambientato in una città del Giappone nel 2037 dove tutti i cani vengono messi in quarantena su un’isola di rifiuti. Questo accade perché il sindaco,  circondato da una squadra di scienziati,  pensa sia la miglior soluzione per evitare che l’influenza canina venga a nuocere agli umani. Un giorno il nipote del sindaco, Atari Kobayashi, va su quell’isola per cercare il suo cane Spots.
Qui incontra cinque cani, Chief, King, Duke, Boss e Rex, che decidono di aiutarlo. 

Se guardiamo al film superficialmente questo ci sembrerà trattare di qualcosa di molto banale. Questo strato di banalità però nasconde certamente qualcosa di più profondo. Come ha affermato Francesco Alò, autore di BadTaste.it, leggendo il titolo Isle of Dogs, sembra quasi pronunciare la frase I Love Dogs (Io amo i cani). E questo potrebbe sembrare un gioco di parole e di pronuncia utilizzato proprio per sottolineare il rapporto,  più in generale, tra l’uomo e il cane.

Nell’immediato e breve flashback, Atari è molto freddo con il cane da guardia Spots e sembra quasi non provare niente per lui. Il suo viso non esprime certamente alcuna emozione quando gli viene regalato ma quando il cane gli viene portato via le cose cambiano. Gli occhi gli si riempiono di lacrime ed immediatamente parte per poterlo trovare e riportare con sé in città. 

Per assurdo i cani sono gli umani di questa storia.

Con le loro espressioni, gli occhi spalancati, le parole, sono i cani ad esprimere molta più umanità degli umani stessi. Gli umani sono circondati da robot e si comportano come tali, come per esempio si vede nella sequenza in cui gli scienziati trovano una soluzione all’influenza. I cani invece sentono la mancanza dei padroni, ripensando alla loro vita passata e ricordano i loro pasti preferiti. Inoltre è proprio il cane randagio Chief a subire una vera e propria evoluzione, fisica e sentimentale. 

Nonostante la sceneggiatura sia molto semplice, grazie alla fotografia e alla tecnica sfruttate da Wes Anderson, il film si propone come un film d’animazione adatto ai grandi e ai piccini e un film in cui la cura del dettaglio è fondamentale. 

Wes Anderson si riconosce. Si riconosce fin dal principio, soprattutto nella fotografia: le inquadrature sono simmetriche e ben strutturate. Infatti guidano lo spettatore nella visione mettendo in evidenza e indirizzando l’occhio verso i punti focali di ogni singola situazione. 

L’isola dei cani, oltre ad essere il film in stop-motion più lungo nella storia del cinema, superando di due minuti Coraline (2009), è un film piacevole e visto che uscirà nelle sale l’1 maggio, non possiamo che dirvi “save the date“!

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