L’America violenta: quando l’attualità influenza il cinema

Gli Stati Uniti d’America si sono sempre identificati un po’ come i paladini della giustizia liberale : sono la nazione che ha incarnato meglio gli ideali di uguaglianza, libertà e fratellanza professati dalla Rivoluzione francese.

Dopo la Prima Guerra Mondiale , gli USA sono diventati la nazione egemone del mondo, esportando i loro precetti, schemi mentali e stili di vita. Figo , no? Certo, certo…però bisogna ricordare che sotto la cenere possono esserci ancora dei carboni ardenti. Non è tutto oro quel che luccica. L’acqua cheta rovina i ponti. Credo di aver esaurito il mio repertorio di luoghi comuni ma non sono ancora sicuro che il mio pensiero sia chiaro. Insomma, gli Stati Uniti d’America, come ogni istituzione che si rispetti, hanno i propri pro e contro.

Di polemiche, negli anni, se ne sono alimentate innumerevoli. L’ultima disputa di portata internazionale è la questione del libero armamento. Com’è universalmente noto, entrare in possesso di armi negli USA è molto semplice. Correlata a questa agevolazione, però, vi è una percentuale di stragi da arma da fuoco molto elevata, soprattutto in licei e ad opera di studenti. Il 14 febbraio 2018, in Texas, alla Marjory Stoneman Douglas High School, un ex studente dell’istituto ha aperto il fuoco uccidendo 17 persone.

A seguito dell’accaduto, si è creato il movimento “March for our lives”, una marcia tenutasi il 24 marzo 2018 a cui hanno partecipato due milioni di persone in tutti gli States richiedenti una maggior restrizione sull’ acquisto di armi. Ora, ragazzi miei, i dettagli tecnici non li conosco, non sono un esperto di diritto statunitense e , soprattutto , questa è una pagina di cinema e sono sicuro che tutto questo predicozzo , a chi più e a chi meno, sta già parecchio sulle balle.

Perché vi sto parlando di questo?
Perché la violenza ha a che fare con la nostra beneamata settima arte?
Beh, il cinema parla di vita, la vita è anche violenza, dolore e sofferenza (si, le cose belle arriveranno, tranquilli).

Quando ho sentito della “March” , il cervello mi si è messo in funzione, ho iniziato a collegare vari pezzi, arrivando alla mirabolante epifania : quest’anno, tra i film maggiormente premiati agli Academy Awards, a mio parere tre hanno dato sfogo alle mille sfaccettature della violenza.

GIOCHINO : prima di continuare fate una vostra lista e poi confrontatela con la mia. Se indovinate, vincete la mia benevolenza, approvazione e ammirazione. In caso contrario, siete comunque nel mio cuore. Siete pronti? Iniziamo con…

 

Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Tre manifesti a Ebbing, Missouri - violenza

 

 

“Tutta questa rabbia…genera solamente più rabbia” – Charlie Hayes

Questo lungometraggio è l’apoteosi della violenza : quella verbale pervade quasi ogni dialogo brillantemente scritto da Martin McDonagh, fatti di battute serrate , secche e taglienti, alternati a momenti di gran lunga più distesi e pregni di emozioni. Questa è forse la sfumatura più godibile della violenza del film. La sua dimensione fisica è di gran lunga più intensa e , se posso permettermi, talvolta gratuita. Il personaggio di Mildred Hayes (una magistrale Frances McDormand) è un fiume in piena : inarrestabile, carica di rabbia e desiderio di vendetta, a cui non pone nessun limite.

Durante la visione del film, scopriamo però, la versione pacificatrice di questa furia alata che ci scalpita dentro : lo sa bene lo sceriffo Willoughby, che con un atto coraggioso riesce a placare i propri mali ; e lo scoprirà anche l’agente Dixon che, inaspettatamente, dopo aver subito un duro colpo, lotterà con i propri demoni iniziando a fare la cosa giusta.

La violenza è all’origine stessa del film : Angela Hayes è stata violentata e poi bruciata viva. Ci troviamo difronte ad un eterno ritorno : la violenza che genera altra violenza. Perché se Angela non fosse stata uccisa, sua madre non sarebbe stata costretta ad andare contro la polizia, innescando una sorta di reazione a catena che ci porterà verso il finale aperto.

 

Scappa – Get out

Scappa: Get Out - violenza

 

Il caso mediatico dell’anno è senza ombra di dubbio questo. Lo spettatore si trova davanti ad una pellicola di nuova manifattura e non sa bene cosa ha difronte. Un miscuglio tra il cacciatore di Jumanji e la famiglia Bradford… o almeno questo è ciò che ho pensato io. Eppure, Scappa – Get out, ha il suo dannato fascino. La vena comica tanto annunciata è estremamente sottile, quasi impercettibile ma la sceneggiatura di Jordan Peele fila che è una meraviglia, sicuramente anche merito di un soggetto estremamente originale.

La vena violenta del film si espleta in due fasi : abbiamo la violenza psicologica e quella fisica.

La prima corrisponde alla prima parte della pellicola : Chris viene ipnotizzato, costretto a rivivere il giorno più brutto della propria vita, quello in cui sua madre muore. La scena è davvero intensa , quasi disturbante, ma proprio per questo molto affascinante, quasi come se noi stessi fossimo rimasti ipnotizzati dalla visione. Questa ipnosi avrà ripercussioni su Chris , che rimarrà traumatizzato dall’esperienza ipnotica, tanto da iniziare ad essere paranoico.

La violenza fisica, invece, la ritroviamo nella seconda ed ultima parte del film, quando Chris dovrà farsi largo tra i vari abitanti della villa per riuscire a scappare. Qui sfociamo nell’horror in stile “Final destination”, quelle situazioni estremizzate a tal punto da risultare inverosimili ma, da buoni spettatori, tifiamo per l’eroe e quindi restiamo incollati allo schermo per vedere chi sarà il vincitore della lotta.

Ragionandoci sopra, si nota un terzo tipo di violenza : quella storica. Il film tocca un argomento molto delicato come quello del razzismo contro gli afroamericani, ancora estremamente dilagante negli USA, nonostante questi siano parte attiva ed integrante della società, ricordando per certi versi le compravendite di schiavi , come abbiamo potuto riammirare qualche anno fa in “12 anni schiavo” di Steve McQueen.

LEGGI LA RECENSIONE DI 12 ANNI SCHIAVO: QUI

 

Tonya

 

I Tonya - violenza

Per concludere questo nostro piccolo ma intenso excursus tematico all’interno dell’anno cinematografico, parliamo del biografico “Tonya”.

Margot Robbie, magistralmente nella parte, diciamocela tutta : ne ha prese veramente tante ma ne ha date anche parecchie. Ebbene si, Tonya non è quel remake di “Frozen” che tutti potrebbero pensare. Si presenta come una storia piena di calci, pugni, sangue, fatica e ginocchia spezzate per arrivare alla gloria.

La violenza nella vita di Tonya vi entra fin da bambina : la madre Lavona (Oscar ad Allison Janney ) la picchia, il padre l’abbandona. Tonya non conosce il bene neanche con il marito Jeff, con il quale ha un rapporto di odi et amo e senza esclusione di colpi…letteralmente.

Per questo piccolo agglomerato di personaggi la violenza è sempre la soluzione, radicata all’interno delle loro menti. Non riescono a liberarsene, non ragionano in nessun altra ottica. Neanche quando Tonya trova un’ottima rivale : qual è il modo per vincere la gara? Rompiamo il ginocchio a quella più brava. Mi sembra logico, no?

Emblematico è anche il destino di Tonya che, dopo aver detto addio al pattinaggio, si dà al pugilato : lei è un leone, nella vita ha incassato tanto, troppo e per questo è allenata. Può prendere ancora qualche colpo e , se riesce anche a guadagnarci qualche soldo, ben venga.

LEGGI LA RECENSIONE DI I, TONYA: QUI

 

Che ne dite? Ho afferrato tutte le sfumature di questi film o mi sono limitato a grattarne la superficie? Sono un tipo aperto al confronto, quindi spero commentiate in tanti per dirmi la vostra.

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