Indivisibili: la recensione del film che ha conquistato Venezia 73

Indivisibili è il titolo del film di Edoardo De Angelis presentato alla 73esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e distribuito in Italia il 29 settembre dello scorso anno.

 

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Premiato con ben sei David di Donatello, tra i quali quello per la sceneggiatura originale e per la miglior canzone originale, è un film che colpisce fin da subito per i suoi colori freddi. Colori freddi come la fotografia, malinconica come la musica che l’accompagna, immersa in un mondo “cupo e triste” come viene definito, e si definisce, Peppe (Massimiliano Rossi).

Questa atmosfera avvolge la vita delle due gemelle siamesi, le “Indivisibili”, Viola e Dasy, che, sfruttate dalla famiglia, cantano alle feste paesane. La vicenda raccontata prende a muoversi nel momento in cui il dottor Fasano (Peppe Servillo) informa loro di potersi dividere in quanto non hanno alcun organo in comune ma i genitori, che lo ritengono poco vantaggioso per i loro affari, si oppongono alla volontà di operarsi e di vivere ognuna la propria vita delle figlie. Queste ultime, soprattutto Dasy, tenteranno qualsiasi strada per riuscirci.

Si crede che nella vita si possano instaurare vari tipi di rapporto con le persone che ci circondano: l’ideale sarebbe quello che consente di separarsi e di fondersi continuamente l’uno con l’altro perché un rapporto che non prevede la separazione costruendosi, quindi, solo sulla fusione porta gli individui coinvolti a una mancata conoscenza di se stessi. Ognuno di noi cerca sostegno nell’altro, ma è necessario, per stare bene con gli altri, conoscersi e sapere prima stare bene con se stessi ed è proprio questo che è stato negato a Viola e a Dasy. Situazione che si è fatta sentire con la maggiore età.

La fotografia di Indivisibili è di Ferran Parades Rubio vuole proprio mettere in risalto questa loro fusione e vicinanza che, mentre da una parte dà sostegno, dall’altra è mancanza di intimità e incapacità di vivere una vita normale.

Indivisibili

Ottima la recitazione di Angela e Marianna Fontana che, seppur gemelle, devono interpretare due persone diametralmente opposte: l’una (inizialmente) determinata, Dasy, che vuole prendere in mano la sua vita, senza più sentirsi un fenomeno da baraccone, dividendosi (fisicamente) dalla sorella; l’altra, Viola, più introversa e meno convinta. Due interpretazioni diverse ma coinvolgenti e, soprattutto, convincenti: oserei dire da brividi in alcune situazioni, nonostante quel napoletano stretto davvero difficile da capire.

Ottima recitazione ma non certo quanto quella di Antonia Truppo, che interpreta la madre Titti, interpretazione che gli è valsa un David come miglior attrice non protagonista. Sono poche le sue battute e breve è il tempo che occupa all’interno dell’intero film, ma nonostante questo spicca su tutto e tutti nella sua parte di prostituta, alcolizzata, drogata e non realizzata ma che con il marito Peppe sfrutta le ragazze per guadagnare soldi e per soddisfare, con questi, i suoi vizi. Vizi che non mancano nemmeno nel padre Peppe che preferisce sprecare i propri guadagni alle slot machine.

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Tra i premi vinti, si è detto, c’è anche il David per la miglior canzone originale, ma toccante è pure la colonna sonora dell’intero film soprattutto nei lunghi piani sequenza che ci mostrano la vita rovinosa dell’ambiente in cui i personaggi vivono: quello iniziale che ritrae tre prostitute di ritorno sulla spiaggia e quello nel locale dove Peppe si lascia andare alla malattia del gioco.

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Per concludere, il regista De Angelis sfiora un altro tema quasi impercettibile nel corso del film ma che sale in superficie sul finale, ovvero quello della religione: le due gemelle non solo sono viste come due fenomeni da baraccone ma anche come delle apparizioni della Madonna che, in quanto tali, devono essere toccate e adorate. Venerate, quindi, da una comunità bigotta che crede a ciò che il prete le mostra aumentando il disagio che aleggia sulle ragazze.

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Non mi ritengo nella posizione di poter dare voti ma mi limiterò a esprimere, come fatto finora, il mio giudizio personale: film certamente promosso, emozionante e ben riuscito nella sceneggiatura (non per niente premiata pure quella con un David), che nella sua semplicità lascia il posto a una riflessione spettatoriale su ciò che c’è di marcio in Italia oggi e su quelli che sono i vantaggi e gli svantaggi del vivere un rapporto in completa fusione l’uno con l’altro.

P.s.: Non voglio fare spoiler ma una considerazione voglio farla: il finale chiude perfettamente il cerchio e meglio di così non poteva essere reso.

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