Fortunata: la recensione del film di Sergio Castellitto

Il 20 Maggio è uscito al cinema Fortunata, il nuovo film di Sergio Castellitto, che porta avanti la collaborazione tra il regista e sua moglie Margaret Mazzantini, anche questa volta responsabile della sceneggiatura.

Il film, candidato a 7 nastri d’argento e presentato alla 70esima edizione del Festival di Cannes, a dispetto del titolo, racconta le vite poco fortunate di una donna, Fortunata (Jasmine Trinca), e di chi le sta attorno, che si svolgono nelle calde giornate d’estate nella periferia di Roma.

Le vicende raccontate coinvolgono tanto Fortunata quanto sua figlia Barbara(Nicole Centanni) e il suo amico Chicano (Alessandro Borghi) che sogna di aprire un proprio salone estetico con la protagonista: nel tentare di realizzare questo loro sogno però sono costretti ad affrontare i loro problemi e ciò che riguarda il loro passato.

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Castellitto vuole renderci partecipi della storia, vuole coinvolgerci e non esita ad usare lunghi piani sequenza in cui si svolgono vivaci dialoghi tra i vari personaggi.

Riguardo la recitazione, sicuramente la Trinca è riuscita a raggiungere quello che era uno degli scopi principali del regista: ci convince e ci emoziona, un’interpretazione impeccabile, tanto quanto quella di Nicole, nonostante i suoi 10 anni di età.

L’unica pecca, se la si vuol trovare, sta nell’interpretazione di Stefano Accorsi, lo psicanalista Patrizio, che rimane invece un po’ troppo superficiale.

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Interessante è il modo in cui viene raccontata la seconda storia, una storia, potremmo dire, parallela a quella principale ma strettamente legata ad essa in quanto porterà Fortunata a tirar fuori ciò che più ha influenzato la sua crescita e la sua vita: sto parlando della storia di Chicano, tossico-dipendente che deve prendersi cura della madre malata di Alzheimer, la cui interiorità viene ben espressa da Borghi. Nonostante sia secondaria e sebbene i minuti del film che occupa siano pochi, è anche questa ben approfondita e ben inserita.

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Bella è anche la fotografia, nelle mani di Gian Filippo Corticelli: le inquadrature, con una continua alternanza di primi piani e campi più lunghi, infatti rendono giustizia anche ad un luogo poco tenuto come può essere quello della periferia della capitale, abitato anche da cinesi e arabi, soggetti al ingenuo razzismo di Barbara. I primi piani sono sfruttanti nei momenti in cui abbiamo un’apertura da parte dei personaggi: particolarmente coincisi sono quelli che ritraggono la relazione tra Fortunata e Patrizio, ma anche quelli che ritraggono Chicano, che ama stare in solitudine sul tetto del palazzo, e la madre Lotte, ex attrice che ormai nella testa ha solo “Antigone“.

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Contrapposizione centrale è quella tra lo stile di vita calmo e paziente di Patrizio e quello frenetico di Fortunata, che nelle sue piene giornate di lavoro (a nero) e di problemi con l’ex marito, violento, non riesce mai a trovare del tempo per riflettere su se stessa e per cercare di capire quali siano le cose veramente importanti che la circondano. Sarà proprio Accorsi ad aiutarla, consigliandole di rivalutare il suo nome e di considerarsi Fortunata pure di fatto.

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Come abbiamo detto, i personaggi descritti devo affrontare la vita di tutti i giorni ma devono anche fare i conti con il proprio passato, soprattutto Fortunata, ed espressione che può essere sottovalutata ma che in realtà riassume, secondo me, quello che è il senso del film appartiene proprio a Lotte: la donna infatti confida al figlio di stare meglio quando non ricorda niente a differenza di quando, invece, i ricordi invadono la sua mente.

Ritengo che ormai nei lavori di Castellitto-Mazzantini sia davvero difficile trovare dei grandi aspetti negativi, conseguenza, forse, dell’ottima sintonia tra i due, anche se comunque Venuto al mondo (2012) e Non ti muovere (2004) rimangono i miei preferiti.

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